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LA COPPIA IN LOCKDOWN

dr.ssa Marzia Dileo

La monotonia è un evento fisiologico nella vita di coppia, ma con il passare del tempo, dall’idillio iniziale, il/la partner   diventano pian piano “il solito, la solita con si fanno sempre le solite cose”.


Il Lockdown, la convivenza forzata e le limitate occasioni sociali stanno dando un valore diverso alla monotonia di coppia, che non è più soltanto una conseguenza fisiologica nelle coppie, ma potrebbe essere anche la spia di un legame che  sta entrando in crisi e che non riesce a riorganizzarsi secondo un nuovo equilibrio.


Durante questo ultimo anno diverse coppie si sono sciolte, non hanno resistito al lockdown e altre invece sono entrate in crisi, molte invece hanno resistito ma stanno accusando in modo più pesane gli effetti della monotonia di coppia.



La condivisione della quotidianeità (e a maggior ragione la condivisione forzata) può generare vissuti di stanchezza e apatia, di frustrazione e delusione che a lungo andare possono essere riversati sul partner e compromettere la relazione.  L’altro diventa la causa di tutti i nostri problemi, il bersaglio e lo sfogo di molte nostre frustrazioni. Il legame diventa fonte di tensione e disagio e perde la sua funzione di accudimento, così viene meno la mutualità, la complicità della coppia.


Se ci riconosciamo nei vissuti descritti, possono rivelarsi utili delle strategie che sono state anche indicate in alcuni contributi sulla monotonia di coppia e che  può essere utile rispolverare.


Come facciamo a stare di nuovo bene insieme?


Prima di tutto se ci riconosciamo nei vissuti descritti,  accettiamoli, infatti hanno una funzione e un valore e iniziamo a domandarci quali possono essere i motivi (cercando di andare al di là dei giorni lunghi di chiusura passati insieme, rimanendo invece concentrati su  sé  stessi e il/la  partner).


Accettiamo queste emozioni e interroghiamoci su come abbiamo contribuito anche noi a creare questa situazione e su come potremmo modificarla.

Ad esempio se siamo stanchi di fare sempre le stesse cose, proviamo a domandarci cosa ci crea tensione; Proviamo a proporre noi delle alternative, senza solo aspettarle dal/la partner e senza cadere nel circolo delle recriminazioni e lamentele. Oppure, se ci da fastidio un comportamento (il solito comportamento) domandiamoci perché? Se è proprio l’atto o il fatto che sia l’altro/a farlo.


Riconosciuta questa condizione, è fondamentale la comunicazione con il/la proprio/a partner. Condividerla con l’altro/a i ci permetterà di capire se questi vissuti sono soltanto i nostri, e allora la monotonia può essere la spia di qualche difficoltà nella relazione, o se è un vissuto comune.


Se anche l’altro/a riconosce e condivide la situazione allora la coppia stessa è una risorsa.


Insieme si possono trovare delle strategie per tornare a sorprendersi (a volte basta un gesto, uno sguardo diverso), a scoprirsi. La monotonia uccide la coppia quando pensiamo di conoscere tutto dell’altro/a, annullandolo/la all’unica visione rigida che ci siamo costruiti nel corso della relazione.

Non è cosi, e basta impegnarsi a cambiare anche piccole cose per scoprirlo, scegliere ad esempio un’attività diversa che può essere fatta insieme (uno sport, un hobby), dedicarsi un momento solo di coppia (visto che anche con i figli c’è stata una lunga convivenza con la pandemia). Ovviamente anche la sfera sessuale sarà investita da questa noia e anche qui ci si può mettere in gioco insieme e sperimentare.


Ultima strategia, ma non meno importante, è quella di non perdere di vista sé  stessi, lasciarsi o riprendersi degli spazi e dei momenti da dedicare solo a noi.


Insomma qualunque strategia si usi, se si è decisa insieme sarà efficace e permetterà di scoprire aspetti nuovi dell’altro/a  o di ritrovarne alcuni dimenticati.

La relazione ne uscirà rafforzata  con nuove risorse e da una nuova coesione.


Dr.ssa Marzia Dileo

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LA CRISI DI COPPIA E' PROPRIO COSI DANNOSA ?

dr.ssa Marzia Dileo

“Non lo riconosco più”... “Non parliamo quasi più ormai!”. Quante volte ci è capitato
di dire queste o frasi simili? Quale coppia non ha vissuto quella fase in cui la magia
dei primi momenti sembra lontana o addirittura impossibile con il proprio/a partner?
Si tratta di esperienze che accomunano la vita di ogni coppia e che possono portare
alla crisi di coppia.
Cosa significano queste esperienze nella dinamica di coppia? Quando ci dobbiamo
preoccupare?
La crisi nella coppia e' un passaggio funzionale a cui non si deve dare solo un
significato negativo.
Il termine crisi evidenzia una rottura con gli equilibri e le certezze strutturati , che
non sono più adatti alla realtà e devono pertanto essere modificati. La crisi genera
confusione e difficoltà, ma attiva anche le risorse per uscire dalla
confusione,“mettere in ordine”, creando nuovi equilibri.
Si puo' uscire da una crisi arricchiti e questo vale anche per la coppia.
Prima di arrivare alla risoluzione della crisi cerchiamo di capire cosa la genera.
Quando si forma la coppia tra i due partner si costituisce, in modo inconsapevole,
una sorta di accordo, il “patto implicito di coppia”. In esso vengono condensati i
bisogni, le aspettative, i miti familiari, ecc.; tale patto si regge sulla convinzione che
il/la partner sia in grado di soddisfare tutti questi contenuti, di tamponare ogni
ferita, anche la più antica, della propria storia personale. Ognuno crede che l’altro/a
sarà colui/lei che “Mi capirà”, “Mi darà quella considerazione che non ho avuto nella
mia famiglia” ecc.
Questo patto implicito in genere funziona e permette alla coppia di creare un
proprio equilibrio.
Non è possibile generalizzare la sua durata, in quanto ogni coppia è unica e
reagisce in modo diverso agli eventi della vita quotidiana e alle fasi del ciclo vitale
(matrimonio, nascita dei figli, adolescenza uscita dei figli da casa, vecchiaia), ma
accade che ad un certo momento l’altro/a non sembra più la persona che abbiamo
scelto. Avvertiamo un “crack”, questo e' il crollo del patto implicito di coppia.
L’altro/a sembra il nemico, colui/lei che rinnova le ferite del passato; non ci si
capisce più, si litiga per ogni cosa, o ci si chiude nel silenzio e nella distanza.
Le manifestazioni che può assumere la crisi sono diverse, perche' diverse sono le
storie personali ma quello che si osserva e' che i due precipitano nei ruoli di figli
abbandonando il ruolo coniugale. Si entra in una dinamica, in un vortice in cui il
partner viene vissuto come il genitore frustrante e cosi i due non sembrano piu'
compagni di una vita ma due figli insoddisfatti e se tale dinamica persiste la crisi
può divenire cronica.
Se la crisi e' un evento fisiologico nella vita di coppia come possiamo gestirla?
Prima di tutto cercando di mantenere la consapevolezza che l'altro e' una
persona diversa da noi e che questa differenza non deve spaventarci perche' e'
una risorsa. La differenza va accettata e non annullata.
Dobbiamo imparare ad ascoltare le emozioni che provoca la differenza per
integrarle e in una visione nuova del partner e della coppia.
Quando quando qualcosa dell'altro/a non ci piace, ci fa stare male domandiamoci il

perche' del nostro vissuto? Perche' sono cosi deluso/a o arrabbiato/a o
spaventato/a? Cosa ci aspettavano? Da questi interrogativi possiamo mettere in
luce aspetti diversi sia di noi stessi e sia creare le basi per un nuovo equilibrio di
coppia, qualunque esso sia, perche' anche la separazione puo' essere un modo per
superare la crisi e ritrovare il benessere sia individuale che relazionale.

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PSICOLOGIA PER LA FAMIGLIA

 
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COSA CERCA LA COPPIA OGGI?
SU COSA SI FONDA?

dr.ssa Marzia  Dileo

Sentiamo dire molte volte, quando sentiamo parlare di coppia, frasi come “Non farsi soffocare dalla vita di coppia”, “mantenere i propri spazi”, “non stiamo piu' insieme come una volta”.

Frasi che rimandano ad un'immagine in cui nella coppia sembra difficile mantenere nel giusto equilibrio la propria individualita' e la coesione.

E' proprio su questo equilibrio dinamico, che si gioca la funzionalita' o la disfunzionalita' di una coppia.


E' la giusta distanza!


Oggi nella coppia si cerca l'espressione della propria individualita'. Si sceglie il/la partner, si mantiene la scelta anche senza l'approvazione delle famiglie d'origine, a differenza di un tempo. Si sceglie il/la partner che si vuole, perche' ci fa stare bene; si sceglie per amore.


Eppure su queste fondamenta la coppia e' piu' fragile: la quotidianeita', la convivenza sembrano risucchiare la nostra individualita' e riversiamo spesso la frustrazione nella coppia. Oppure inseguendo soltanto l'espressione individuale usciamo dallo spazio di coppia, dalla condivisione.

In questi casi l'amore non basta piu', almeno per come siamo cresciuti nella societa' moderna.


D'altro canto negli anni si assiste anche a nuove forme di relazione, come i Lat (Living apart together) in cui coppie, anche sposate,  che decidono deliberatamente di vivere in case separate, o coppie senza sesso, che fondano sulla condivisione  di vissuti, l'empatia, la base della relazione, che ci indicano che i modi di trovare questo equilibrio siano molteplici.


E allora come si fa a stare insieme?


Ogni coppia deve trovare la propria giusta distanza.


La giusta distanza fra le aspirazioni, la progettualita' individuale e lo spazio di coppia, che e' lo spazio del noi, in cui l'io non si annulla ma si relaziona con un altro, mettendo in gioco parti di se' e scoprendone anche altre. Il noi non e’ semplicemente la somma di Io e Te.



Per arrivare a questa condizione prima di tutto dobbiamo sempre ricordare che l’altro/a e’ diverso da noi, sara’ pure il/la partner di una vita, che molte volte ci capisce al primo sguardo, ma e’ pur sempre diverso/a da noi, ha la sua storia, le sue esperienze, i suoi vissuti. Pertanto, ciò che e’ importante, che ha un certo significato per noi, per l’altro/a ha un’altra significativita’.


Soprattutto nelle fasi iniziali del rapporto e’ fisiologico pensare al partner come perfetto/a, come una proiezione di se’, ma non e’ cosi, lo sanno bene le coppie che si sono confrontate con la realta’ (il cosidetto crollo del patto implicito di coppia) che hanno scoperto aspetti dell’altro che neanche immaginavano, eppure c’erano, semplicemente non se li aspettavano.


Ecco le aspettative sono un altro aspetto su cui fermarsi a riflettere un po'. Quando ci aspettiamo un gesto, una parola qualunque essi siano possono non arrivare o magari arriva proprio quello che non volevamo e nascono le tensioni e le incomprensioni. Questo perche’ si e’ invaso lo spazio del noi o ce ne siamo allontanati troppo, non rispettando il confine della giusta distanza, abbiamo portato nella relazione parti che riguardano la nostra storia personale. Fermiamoci, in questi casi, sulle nostre emozioni, sulle nostre aspettative: cosa stiamo chiedendo veramente al nostro/a partner? Magari bisogni o vissuti che risalgono alla nostra storia familiare, al nostro ruolo di figli, che non potrebbero mai essere compresi in pieno da questi.


Nella relazione questo monitoraggio continuo di se’ stessi si fa complesso, sia per la routine e anche perche’ deve impegnare entrambi e inoltre in questi giorni di nuove restrizioni, il concetto di “giusta distanza, poi ” puo' sembrare paradossale o irrealistico,  ma il segreto e’ mantenere la consapevolezza della differenza.  

Pensiamolo come uno spazio mentale in cui dare un senso al noi e all'io a prescindere dai metri quadri.

 
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LA FAMIGLIA AI TEMPI DEL COVID

dr.ssa Marzia Di Leo

Parafrasando un titolo di un celebre romanzo affrontiamo in queste righe un ambito che è stato molto “contagiato” dalla pandemia e di cui si sta parlando spesso. Il lockdown nazionale dello scorso anno e le misure restrittive con cui conviviamo da tempo ci hanno costretto a rivedere e gestire gli equilibri delle nostre relazioni e fra queste occupano un posto significativo le relazioni familiari.


Viviamo molto più in casa, che per molti è anche il luogo di lavoro, il luogo in cui si svolgono hobbies o sport. La casa, che simbolicamente rappresenta la famiglia, è il luogo sicuro, in cui ci si sente protetti e accuditi e se durante il primo lockdown questa valenza ha avuto un valore primario e riconosciuto, ora dopo un anno circa in cui la maggior parte della nostra vita si svolge nelle mura domestiche, la casa rischia di divenire il luogo in cui si soffoca e da cui si vuole fuggire.


I dati raccolti nel 2020 evidenziano il forte impatto delle misure restrittive sulle dinamiche familiari; impatto che si fa pericoloso nelle situazioni in cui erano presenti, o sopite, dinamiche disfunzionali o potenzialmente tali, ad esempio si è riscontrato un aumento della violenza domestica nell’anno appena trascorso.


Al di là di situazioni critiche, comunque tutte le famiglie ne hanno risentito; uno studio condotto dall’Università Cattolica nell’aprile 2020 rileva che il 60% delle famiglie italiane ha manifestato maggiori ansie e preoccupazioni, soprattutto legate alla salute dei propri cari, alla gestione delle dinamiche familiari e alla precarietà economica. Questo 60% ha ritenuto questo periodo fortemente stressante.


In particolare le famiglie che hanno sofferto di più sono state quelle con figli piccoli e/o adolescenti. L’assenza di supporto dall’esterno, la necessità di lavorare da casa gestendo anche i figli, ha costretto le famiglie a rivedere gli equilibri preesistenti, ad investire energie per gestire nuove tensioni e nuove dinamiche. In particolare soprattutto le famiglie con i figli adolescenti hanno sofferto di più.


Perché?

I genitori di figli piccoli nelle interviste dichiarano che nonostante le difficoltà della situazione, hanno trovato delle opportunità, hanno scoperto o riscoperto la vicinanza e l’accudimento in situazioni in cui prima per motivi di lavoro non erano presenti. Ad esempio aiutare il bambino con la didattica a distanza, sebbene li abbia messi a dura prova, li ha anche avvicinati ad un mondo che prima apparteneva solo al piccolo, creando così  anche un nuovo tipo di condivisione e alleanza. Questo non è riuscito o si è verificato meno nelle famiglie con figli adolescenti.


Le limitazioni sociali hanno profondamente toccato il cuore della vita di un adolescente. Questi ha bisogno per definirsi di uscire dal luogo sicuro, di condividere e confrontarsi con i suoi pari, deve insomma uscire da quella casa in cui si è trovato costretto a stare dentro.

Più autonomo e con esigenze diverse dal bambino piccolo, ha avuto meno bisogno del supporto dei genitori e si è isolato sempre di più alla ricerca del suo spazio e della sua intimità in definizione, rendendo cosi più complicati i rapporti con i genitori. Si è rifugiato maggiormente nei social, magari utili per mantenere un contatto con i pari, ma è divenuto più vulnerabile a vissuti ansiosi, problematiche emotive e comportamentali.


Questo studio, sebbene ritragga uno scenario diverso da quello attuale, ci impone l’attenzione sue due fattori: la maggiore vulnerabilità dei giovanissimi  e la possibilità di attivare nuove risorse.


Cosa indicano questi dati? Cosa possiamo fare? Una nuova sfida a cui sono chiamati i genitori dei giovanissimi: imparare a stare vicini mantenendo la giusta distanza per osservare i ragazzi.

Prestare loro attenzione anche nello spazio domestico, senza essere opprimenti e invadenti. Pur nella difficoltà pratica (pensiamo a molte abitazioni, con spazi piccoli e non sempre funzionali per tutti) cerchiamo di sintonizzarci sulle emozioni che circolano in famiglia, ascoltandole. Se ad esempio ci dà fastidio che nostro figlio/a passi tutto il tempo in camera su internet, proviamo a domandarci cosa e perché ci infastidisce. Non suggeriamo un’alternativa, ma proviamo a parlare con lui/lei di cosa potrebbe fare, o perché no, di cosa si potrebbe fare insieme.

Questa situazione potrebbe divenire un’occasione per conoscere meglio i nostri figli ma anche farci conoscere, per incrementare coinvolgimento e coesione.


Infine, mantenendo l’attenzione sulle opportunità nasce un’altra riflessione: e agli adulti chi ci pensa? Dovremmo pensarci noi, cercando di non farci travolgere eccessivamente dalla convivenza obbligata, magari adottando delle strategie per poter mantenere alcuni dei propri spazi. Ad esempio, se un certo giorno della settimana era prima dedicato alla palestra, ecco si può comunicare a tutta la famiglia, che quel giorno rimane tale, non si esiste per nessuno e ci si dedica a ciò che ci piace fare o a stare con chi vogliamo (visto che nella maggior parte dei casi ora un po’ di vita fuori casa si può fare).

Dobbiamo riorganizzare la nostra vita e scoprendo anche nuove risorse saremmo in grado di trovare delle soluzioni adatte per fronteggiare meglio questa situazione.

 
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GENITORI COME FARE?

dr.ssa Marzia Dileo

I genitori oggi sono informati, preparati e molto più attenti alle esigenze dei loro figli, eppure essere o
diventare genitori attiva sempre ansie e preoccupazioni.
Un bambino muta gli equilibri del sistema (famiglia o coppia) già dal momento della gravidanza, si attivano
ansie, aspettative. Poi il bambino arriva, cresce, è presente e in relazione con i suoi bisogni, le sue esigenze,
con la sua personalità e queste ansie e preoccupazioni, non ci abbandonano anzi ci sembrano ancora più
concrete e pressanti.
Ogni giorno e in ogni fase di vita i nostri figli ci mettono di fronte ai nostri dubbi alle nostre incertezze, è
come una sfida continua per molti. Il contenuto delle nostre insicurezze è diverso ma hanno tutte uno
stesso denominatore comune: Sarò un bravo genitore? Sarò capace di farlo/a crescere bene?
Proviamo a fermarci su questa domanda e sulle emozioni che attiva. Questo è necessario per non farci
dominare dalle ansie, dai dubbi ossessivi; sintonizzarsi sulle proprie emozioni, riuscire a coglierne il senso e
cosa ci stanno comunicando è la prima cosa da fare.
Ascoltare noi stessi e le nostre emozioni permette di riflettere su di esse e integrarle nella nostra
consapevolezza Le nostre paure e le insicurezze nel rapporto con i figli potrebbero comunicarci qualcosa che ha a che fare con la nostra storia personale, col rapporto con i nostri genitori, con la nostra idea di essere genitori.
Fermarci sul nostro flusso emotivo permette di chiederci se la paura, l’incertezza che abbiamo è la nostra o
no. “Ho paura di sbagliare”, “Ho paura di fare la scelta sbagliata”, potrebbero essere queste alcune
domande che ci paralizzano e ci creano disagio, ecco allora possiamo domandarci: “A chi rispondo
 colludendo con questa paura?” Si tratta di una mia paura, di un’idea sul ruolo genitoriale che mi riporto dal
passato? Siamo nel nostro passato quando ci ritroviamo a dirci queste frasi: “ I miei genitori avrebbero fatto
diversamente” “Oppure io farò diversamente da come hanno fatto  loro”.

Se ascoltiamo queste emozioni possiamo invece  comprendere a quale bisogno rispondiamo, se nasce
effettivamente  dalla relazione  con nostro figlio, nel qui ed ora  o se rimanda al nostro passato e quindi non
ha niente a che fare con lui/lei.
Così recuperiamo nostro figlio/a, che nel turbinio delle nostre domande era uscito di scena.
E’ con i nostri figli che siamo in relazione, sono loro che ci attivano queste emozioni, da cui va distinto ciò
che è solo nostro e relativo alla nostra storia.
 
Nostro figlio fa un capriccio, mette in atto un comportamento che ci allarma, chiede qualcosa che ci sembra
inutile, assurdo, gli esempi possono essere infiniti, ma quei dubbi e domande che abbiamo visto sopra
quando si insinuano in noi, non ci fanno affrontare bene una situazione comune.
Lui ha una sua personalità, ha una sua unicità e con il comportamento messo in atto ci sta comunicando
qualcosa: ASCOLTIAMOLO/A, cerchiamo di cogliere il senso, non solo letterale, di quello che sta
comunicando nostro figlio/a.
In base all’età potremmo provare anche a parlare con loro, trovare insieme delle soluzioni, nel caso fosse
un comportamento o una richiesta che generano allarme. Con i più piccoli si può provare con il
gioco. GIOCHIAMO, mettiamo in scena, disegniamo le loro richieste. La modalità la si sceglie in base a

quello che è più consono a noi e a nostro figlio, l’importante è  comunicare con loro, trasmettere dei
messaggi su cui si possa decidere insieme.
Siamo attenti e presenti nella vita dei nostri figli, che non vuol dire essere controllanti, ma essere un
punto di riferimento. Loro devono avere la certezza che i genitori ci sono nei momenti di difficoltà, che
sono disponibili a condividere le esperienze e i vissuti, che offrono uno spazio di ascolto solo per loro.
Ricordiamo che un figlio ha bisogno per crescere e strutturare una solida identità di una relazione
genitoriale sicura e con confini definiti, e questo viene rimandato da un genitore Autorevole, un genitore
che quindi oltre ad essere attento e presente, dice, motivandoli, dei no.
Non dimentichiamo infine, che il mestiere di genitori non si impara, che si può sbagliare e si sbaglia.
Ogni genitore è mosso dall’intenzione di fare il meglio e mantenendo l’attenzione sulla relazione lo sbaglio
può essere un’occasione di dialogo con se stessi e con i propri figli da cui nasceranno nuove strategie e
sicuramente la futura “ mossa” o scelta giusta.

 
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SENTIRSI SOLI, COME AFFRONTARE LA SOLITUDINE

dr.ssa Marzia Dileo

Il senso di solitudine è un vissuto molto diffuso nella nostra epoca, mi sentirei di definirlo un prodotto dell’epoca che
stiamo vivendo. Viviamo in una società individualistica, narcisistica, che mette in primo piano l’individuo; in una
società fondata sull’estetica che valorizza la forma, l’apparenza fino a dare valore all’effimero. Questi valori
influenzano le nostre vite e la nostra vita di relazione. Le relazioni sono sempre più difficili, precarie e superficiali.
L’uomo è un animale sociale, nasce per vivere in relazione, nelle quali si definisce nella sua identità e unicità, il teorico dell’attaccamento John Bowlby (Attaccamento e Perdita, 1982) diceva che il bisogno di un legame di attaccamento accompagna l’uomo dalla culla alla tomba. Abbiamo bisogno di avere qualcuno accanto (amico, partner, familiare), qualcuno a cui dare e da cui ricevere protezione e accudimento, qualcuno con cui avere una relazione intima e profonda. Il dilagare e il successo dei social network, testimoniano proprio l’importanza di questo bisogno nella nostra economia psicologica.
Cerchiamo ora di capire insieme cosa è il senso di solitudine e come poterlo gestire.
Il senso di solitudine è una condizione che comporta vissuti di tristezza, ritiro sociale e che può caratterizzare una fase particolare della nostra vita (lutti, perdite, cambiamenti) e va distinto dal sentimento di solitudine che è una condizione di sofferenza più profonda e duratura, in cui ci si sente imbrigliati in una serie di emozioni spiacevoli e negative (senso di alienazione, di vuoto, d’ impotenza) che influenzano tutta la nostra esistenza e la nostra quotidianeità. Il sentimento di solitudine va a sua volta distinto dalla Depressione che è un disturbo psichico caratterizzato dalla perdita della speranza e dalla capacità di reagire.
Sentirsi soli, comunque fa stare male, un senso di solitudine prolungato porta spesso alla convinzione che siamo gli
unici ad essere soli, che siamo noi ad essere sbagliati e pertanto ci isoliamo ancora di più, oppure cerchiamo di
contrastarlo con strategie e comportamenti che non sono sempre efficaci. L’uso dei social network, ad esempio, se può essere utile per avere il primo contatto, per conoscere più persone, porta però ad aumentare il numero di relazioni superficiali e labili che non appagano il nostro bisogno di attaccamento e intimità. Usare il mezzo digitale per conoscere le persone ci fa perdere l’uso di una delle nostre capacità specifiche, la socialità;(il bisogno di attaccamento si configura in un sistema motivazionale interno che organizza funzioni mentali e comportamenti che ci portano verso l’altro). Alcuni compensano la solitudine e il vuoto con comportamenti compulsivi (immergendosi nel lavoro o in varie attività) o con comportamenti di dipendenza (alcool, cibo, droghe, gioco d’azzardo), compromettendo cosi non solo la vita relazionale ma anche la propria salute psichica. Tutte queste strategie sono in genere messe in atto in solitudine e alimentano il circolo vizioso dell’isolamento. Non si esce dalla solitudine stando soli.
Inoltre, alla base di alcune condizioni di isolamento e solitudine possono esserci delle insicurezze personali che portano alla paura del rapporto con l’altro.
Le condizioni che richiamo stati depressivi, o situazioni di forte malessere e sofferenza, o di compromissione come nei comportamenti compulsivi o di dipendenza, si deve ricorrere ad uno specialista, ma nelle altre situazioni si può riuscire ad affrontare la solitudine con le proprie capacità.
Vediamo insieme come fare per per gestire e affrontare la solitudine con alcune strategie. Prima di tutto la solitudine va ACCETTA. E’ un’emozione che integrata nella nostra esperienza permette di dare un senso a quello che stiamo vivendo.
La teoria dell’arrangiamento ci invita a partire dalla condizione reale che si vive, ed essere consapevoli di quanto si sta vivendo permette di individuarne le cause e anche riconoscere il proprio ruolo in quella condizione. Questo permette di recuperare il senso del controllo e di efficienza.
Questa nuova consapevolezza ci consentirà anche di conoscere nuovi parti di se, nuove risorse, diversi aspetti della propria vita di relazione che possono essere organizzati (arrangiati) in modo più funzionale.
- La solitudine va SENTITA, non cerchiamo di compensarla con strategie o comportamenti come quelli indicati sopra.
Sentire e accettare la propria solitudine porta ad uscire allo scoperto, con se stessi perché si può capire da dove origina e con gli altri, perché a loro si può e si deve chiedere aiuto.
- Ricordiamo che SENTIRSI SOLI NON E’ ESSERE SOLI. Iniziamo a guardarci intorno abbiamo tutti dei colleghi di
lavoro o compagni di scuola o familiari e tra questi potrebbe esserci qualcuno che sentiamo più simile a noi con cui
condividere delle attività o degli interessi o semplicemente contattare per distrarci un po’ (anche una telefonata può far stare meglio a volte). Usciamo allo scoperto, e veniamo cosi ad un’altra strategia.
- USCIRE ALLO SCOPERTO: Se ci accorgiamo invece che la nostra vita relazionale, che ci sentiamo soli è carente,
iniziamo a fare qualcosa per allargare la sfera di conoscenze, ad esempio fare delle attività di gruppo e in gruppo,
scegliendole seguendo le proprie inclinazioni. Ma bisogna essere attenti e selettivi, perché altrimenti si rischia di
abusare di ogni uscita o attività solo per non stare da soli e si corre cosi il rischio di avere relazioni basate solo sulla quantità e non sulla qualità, che non risanano il nostro senso di vuoto.

I più timidi e insicuri (che usano più spesso i social network) potranno ritenere difficile uscire allo scoperto, ma
potrebbero ricordare che quella simpatia, quel particolare appeal che sono stati in grado di esprimere sui social,
appartiene loro e se si riconoscono queste doti emergeranno anche nel rapporto diretto con l’altro. Ricordiamo che concentrare la propria attenzione solo sui nostri aspetti negativi porterà l’altro a vederci solo in questo modo. Inoltre gli altri sono spesso capaci di riconoscere ed apprezzare in noi aspetti che noi stessi non vediamo o che magari non
accettiamo. Bisogna essere più tolleranti e compassionevoli con se stessi per uscire dalla solitudine.
- APPREZZARE LA SOLITUDINE come una fase importante della nostra esistenza perché ci permette di entrare in
contatto con diverse parti di noi stessi. La solitudine permette di ascoltarci un po’ di più, è un momento di riflessione e
creatività. Inoltre è un’emozione che ci segnala se le relazioni che stiamo vivendo non sono gratificanti e appaganti e
permette cosi di iniziare un cambiamento.
Queste sono alcune strategie che possono rivelarsi utili, ce ne potranno essere altre nuove che voi stressi potreste
trovare, nella solitudine infatti come in tutti i momenti di difficoltà siamo in grado di attivare e recuperare risorse che
non pensavamo di possedere prima.

 
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LA MONOTONIA NELLA COPPIA: CHE SIGNIFICA E COME AFFRONTARLA

La monotonia è un evento fisiologico nella vita di coppia, soprattutto se si tratta di una coppia che sta
insieme da diverso tempo. L’altro/a è parte della propria routine di vita, si danno per scontati i suoi
pensieri, i suoi gesti, si sa già che molte situazioni si condivideranno con lui o lei.
Col passare del tempo, dall’idillio iniziale, in cui l’altro/a sembrava perfetto/a, sembrava colui o colei con
cui fare tutte le esperienze, con cui non avremmo mai voluto perdere un attimo da condividere, diventa
pian piano “il solito, la solita con si fanno sempre le solite cose”.
La monotonia nella coppia può generare vissuti di stanchezza e apatia, di frustrazione e delusione che a
lungo andare possono essere riversati sul partner e compromettere la relazione. Questa naturale minaccia
si fa più insidiosa nelle coppie meno stabili e coese e può provocare il conflitto o la distanza che possono
portare anche alla fine di una relazione.
Se la monotonia è un evento normativo allora prestiamole attenzione, accettiamola e non trascuriamola,
in modo da poterla affrontare per farne uscire una coppia rafforzata. Questo è possibile si!
Se ci riconosciamo nei vissuti descritti, se ci sentiamo annoiati e stanchi della quotidianeità nella coppia
iniziamo a domandarci il perché di questi vissuti.
Accettiamoli, interroghiamoci su come abbiamo contribuito anche noi a creare questa situazione e su
come potremmo modificarla.
Riconosciuta questa condizione, è fondamentale la comunicazione con il proprio partner. Condividerla con
l’altro/a i ci permetterà di capire se questi vissuti sono soltanto i nostri, e allora la monotonia può essere la
spia di qualche difficoltà nella relazione, o se è un vissuto comune.
Se anche l’altro/a riconosce e condivide la situazione allora la coppia stessa è una risorsa.
Insieme si possono trovare delle strategie per tornare a sorprendersi (a volte basta un gesto, uno sguardo
diverso), a scoprirsi. La monotonia uccide la coppia quando pensiamo di conoscere tutto dell’altro/a,
annullandolo/la all’unica visione rigida che ci siamo costruiti nel corso della relazione.
Non è cosi, e basta impegnarsi a cambiare anche piccole cose per scoprirlo, scegliere ad esempio un’attività
(uno sport, un hobby) da fare insieme, dedicarsi un momento solo di coppia (una cena, un week-end).
Ovviamente anche la sfera sessuale sarà investita da questa noia e anche qui ci si può mettere in gioco
insieme e sperimentare.
Insomma qualunque strategia si usi, se si è decisa insieme sarà efficace e permetterà di scoprire aspetti
nuovi dell’altro/a, o di ritrovarne alcuni dimenticati.
Ci si potrà rinnamorare di nuovo come se lo/la avessimo conosciuto/a per la prima volta. La relazione ne
uscirà rafforzata da nuove risorse e da una nuova coesione.
Dr.ssa Marzia Dileo