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OGGI PSICOLOGIA

Benvenuto, questa è la rubrica di psicologia utile, curata dalla dr.ssa Laura Camastra, in cui puoi trovare argomenti per il vivere bene quotidiano.
Hai una domanda,  una curiosità o vuoi un approfondimento su un tema?
Scrivici a: info@apbps.it, noi pubblicheremo l'articolo a cui sei interessato. Richard Eugen Unterrichter

 
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USO E ABUSO DI INTERNET: RESTARE CONNESSI CON SE STESSI

dr.ssa Laura Camastra

In particolare le nuove generazioni nascono con dispositivi elettronici, cellulari, pc, che diventano la normale quotidianità.

È innegabile che questo ha portato dei vantaggi poiché internet è uno strumento di informazione, di divulgazione molto importante che per certi versi ha reso la vita più semplice: non so cosa significa una parola? La cerco su Google…voglio conoscere informazioni su una persona? La cerco sui social. Questo ha comportato sicuramente delle nuove abitudini sociali, anche nel modo di vivere e creare delle relazioni.

Martedì 8 febbraio in tutto il mondo si è celebrata la Giornata mondiale per la sicurezza in Rete, istituita e promossa dalla Commissione Europea, iniziativa che non riceve ancora la giusta importanza e interesse anche dagli stessi mezzi di comunicazione. Il Safer Internet Day, accompagnato dallo slogan “Together for a better Internet”, prevede infatti una serie di iniziative organizzate dal Ministero dell’Istruzione, coordinatore del progetto “Generazioni Connesse”, il Safer Internet Centre, Centro italiano per la sicurezza in Rete (per approfondimenti sulle iniziative: www.generazioniconnesse.it/site/it/2022/02/08/sid-safer-internet-day-2022/).

In particolare ci si occupa di quella parte negativa legata all’uso di internet, ossia ai pericoli ai quali possono essere esposti su internet bambini e giovani.  (si pensi al cyberbullismo, sexting, eccetera). Rispetto a questo, infatti, c’è ancora poca educazione e cultura riguardo alla sicurezza informatica nella cessione dei propri dati personali.

L’ulteriore rischio rispetto all’abuso di questa tecnologia è l’iper-connessione, la necessità di essere sempre connessi, che può diventare totalizzante e influire negativamente sulla vita quotidiana della persona. Essere sempre in qualche modo legati a qualcuno anche solo attraverso un post, un like, ecc. è come non essere “mai soli”, ma se questa diventa l’unica ragione per sentirsi vivi, o ad esempio l’unico modo per stringere relazioni, allora lì è che sicuramente si è superato quel limite tra uso e abuso.

Nel mio lavoro mi capita di ascoltare relazioni finite perché “non metteva like alle mie foto” o discussioni perché “non vuole mettere le nostre foto insieme” …oppure i miei amici sono solo quelli delle chat, perché con gli altri non ho stimoli.

La ricerca condotta da “Generazioni Connesse” in collaborazione con Skuola.net, Università degli Studi di Firenze e Sapienza Università di Roma – CIRMPA, fa ben sperare perché se tra il 2019 e il 2020 (legato al lock-down e inizio pandemia) era più che raddoppiata la percentuale di coloro che raccontavano di essere connessi dalle 5 alle 10 ore al giorno, passando dal 23% al 59%, nell’ultimo anno il dato ha iniziato lentamente a tornare sui livelli pre-pandemia. Questi dati raccolti riguardano un campione di 2.472 studenti di scuole secondarie di primo e secondo grado. 

Anche per chi si dichiarava “sempre connesso”, la percentuale dal 18% rilevato nel 2021 scende al 12% della prima rilevazione del 2022. Il restante 46% degli adolescenti coinvolti nella ricerca, invece, stima di passare online meno di 4 ore al giorno, contro il 23% complessivo di 12 mesi fa.

Aumenta la consapevolezza dei ragazzi e, in particolare, di quanti sfruttano le conoscenze acquisite sui meccanismi della Rete per aiutare i coetanei in difficoltà: nell’ultimo anno, il 95% degli studenti coinvolti nella ricerca dichiara di aver sostenuto ragazze e ragazzi della propria età con consigli e suggerimenti per migliorare la loro esperienza nella rete. I più diffusi riguardano l’evitare di condividere online dati sensibili, fare attenzione alle persone conosciute in Rete, non diffondere foto e video privati sul web, non condividere informazioni sensibili su altre persone senza il loro consenso, verificare l’attendibilità di chi ci manda link prima di aprirli.

Rispetto a questi temi fondamentale è il lavoro delle scuole per sensibilizzare e informare bambini e ragazzi su queste tematiche in modo da dare loro (e ai loro genitori) degli strumenti per vivere al meglio la realtà in rete.

I social hanno inoltre una grande capacità di influenzare l’umore, le emozioni della persona che le utilizza, basta immaginare ad una giornata un po' noiosa, magari si apre Instagram, Facebook e vediamo le persone sorridenti e in compagnia, magari in un bel posto; come ti senti? Immaginiamo che questa condizione la osserva una persona da sola, magari un po' giù con l’umore, come si sentirebbe?

Sui social ogni emozione è amplificata e per certi versi a volte diventa una vetrina di ciò che ognuno di noi vuole mostrare, allora io invito sempre a ricordarsi questo: in ogni relazione, in ogni famiglia e in generale nella quotidianità capita di avere momenti no, ma tante volte si perde molta energia a vedere gli altri, ad essere connessi per colmare un vuoto, quasi a voler continuare a confermare che la propria vita è vuota e infelice rispetto a quella degli altri. Ma se questa energia mentale la usassimo per ascoltarci e provare a sentire quel vuoto per migliorare la propria condizione?!

Sicuramente anche un semplice e normale momento di tristezza si trasformerebbe prima in un momento costruttivo e magari anche di piacevole gioia perché la vera connessione da mantenere sempre è quella con sé stessi.

 
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CONTRO LA VIOLENZA DI OGNI GENERE: EDUCARE ALL’AFFETTIVITA’

dr.ssa Laura Camastra

Il 25 novembre si celebra la giornata internazionale contro l’eliminazione della violenza sulle donne, istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sensibilizzare i governi, la società e i mezzi di informazione su questo fenomeno.

Purtroppo si sente troppo spesso parlare di femminicidio, di bullismo, di cyberbullismo (quello legato alla rete, attraverso internet), di liti sfociate in omicidi per futili motivi…e la pandemia non sembra aver smorzato questi atti di violenza che, al contrario, sembrano essersi acuiti.

La dichiarazione delle Nazioni Unite definisce la violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza di genere che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”. Quindi in questa definizione viene inclusa qualsiasi forma di violenza commessa contro le donne, che sia stata fatta da partner o estranei, che sia svolta in ambito familiare, lavorati, eccetera.

Sono infatti diverse le forme di violenza che una donna, una persona in generale può subire: la violenza sessuale, violenza fisica, economica, psicologica, stalking.

La violenza fisica è quella che crea ferite anche visibili sul corpo della persona che la subisce, ma allo stesso modo la violenza psicologica, quella fatta dalle parole, di comportamenti, crea dei lividi profondi nell’anima della persona.

Si può manifestare in varie età e ambiti come quello familiare, di coppia, scolastico, lavorativo (pensiamo al mobbing), sul web, attraverso la modalità di “abusare” del potere dell'uno rispetto a un'altra persona che si insinua all'interno dei legami di dipendenza economica e soprattutto affettiva.

Ma cos’è la dipendenza affettiva? È una forma di amore patologico in cui (mi riferisco ora alle coppie), la persona ha una grande sofferenza in assenza del partner, una grande quantità di tempo è spesa per questa relazione (in realtà o nel pensiero), si riducono le attività sociali, quelle professionali e di svago ne vengono quindi inficiate, si sente il desiderio di controllare la relazione, si ricerca la relazione nonostante essa stessa crea problemi alla persona e alla sua normale vita quotidiana.

Quando uno dei due partner si rende conto dei comportamenti dell’altro che vanno ben oltre l’amore “romantico” e il normale desiderio dell’altra persona e prova a troncare la relazione, si ritrova poi a combattere con comportamenti (azioni e parole) che spesso sfociano in violenza; poiché se la propria vita è in funzione dell’altro, diventa difficile poter fare a meno della persona “amata” e si sfocia nei tentativi di possessione e di manipolazione, che a volte hanno un brutto epilogo.

Un certo grado di dipendenza quando si ama qualcuno è normale, si avverte il desiderio di passare de tempo con l’altra persona, di condividere esperienze, l’umore diventa più euforico e migliora in presenza della persona amata e questo è il lato sano dell’amore, ma l’altra persona dovrebbe sempre essere comunque un valore aggiunto alla propria vita, non un valore assoluto.

A volte quando si entra in un circolo vizioso di relazioni disfunzionali, non è sempre semplice rendersene conto o non è facile avere qualcuno che possa aiutare ad uscirne poiché la paura, le emozioni che si sperimentano diventano spesso bloccanti; tuttavia un modo per farlo, seppur con fatica c’è sempre. Anche nel mio lavoro di psicoterapeuta, non è così scontato rendere consapevole la persona che sta subendo una violenza e supportarla nell’uscire da queste dinamiche, a volte è come dover sostituire degli occhiali che fanno vedere la realtà con una percezione distorta.

Ma quello che invece come cittadini, come esseri umani potremmo fare per cercare di lavorare sul presente per un futuro migliore è educare all’affettività. L’affettività è l’insieme delle emozioni, dei sentimenti, degli stati d’animo che ognuno di noi sperimenta. Nell’evoluzione della società di oggi, mi capita di sentire, di leggere che bisogna insegnare ai bambini (maschi) di rispettare le femmine. Ma davvero ancora bisogna pensare alla distinzione di genere? Quando sento al telegiornale le notizie di cronaca come «ucciso a pugni: “Guardava le nostre donne”» …mi chiedo ma che valore stiamo dando alla vita?

Provare rabbia, gelosia, frustrazione e tutte le emozioni spiacevoli che si avvertono è normale, ma avere un’educazione affettiva significa sapere riconoscere come mi sento, cosa sto provando, cosa vedo nell’altra persona che mi dà fastidio che invece sta dentro di me?

Sicuramente attraverso questa consapevolezza, si riuscirebbe molto più facilmente a non farsi travolgere e offuscare da queste emozioni e a lasciarle andare, facendo spazio a quelle di gentilezza, di comprensione, di amore.

Le emozioni, i sentimenti, l’affettività non hanno genere, non sono necessariamente rivolta i ad una persona, possono essere rivolta i anche ad un essere vegetale come una pianta, un fiore, un animale, tuttavia spesso proviamo fin troppo amore per un essere inanimato come un oggetto da perdere di vista il resto o al contrario facciamo di una persona, di un animale, un oggetto.

Spesso la frenesia della giornata non permette di soffermarci anche molto semplicemente sul peso delle parole. Alla base di ogni interazione c’è una comunicazione fatta dal linguaggio di parole o di gesti, ma prestare attenzione al modo in cui si comunica, se lo si fa con gentilezza, se in maniera semplicemente frettolosa, se con calma, con arroganza, eccetera, è il primo passo per porre le basi ed essere d’esempio non solo ai bambini che sono gli adulti del domani, ma anche alla persona stessa con cui ci troviamo ad interfacciarci in un dato momento.

L’atteggiamento mentale orientato sul vivere qui ed ora in maniera consapevole ci permette di provare a fare, ognuno nel suo piccolo, dei cambiamenti necessari a vivere un presente prima di tutto e poi un futuro migliore.

 "L'arma migliore: l'amore

Lo scudo più forte: il sorriso

La forza più grande: la mente

Il regalo più grande: la vita."

Madre Teresa di Calcutta



 
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I SEGNALI DEI DISTURBI DELL’
ALIMENTAZIONE
E NUTRIZIONE

dr.ssa Laura Camastra

Il modo in cui ci comportiamo è fortemente influenzato dai pensieri e dalle emozioni; la stessa cosa vale per l’atteggiamento verso il cibo. Il legame e l’influenza tra emozioni e alimentazione è reciproca.

Questo legame però, non è sempre facile e positivo, come spesso non lo è la relazione col proprio corpo. Come ci si percepisce allo specchio o come si pensa che gli altri ci percepiscano può essere differente da come si è realmente, poiché la visione di sé stessi è legata anche alle emozioni, all’umore o addirittura convinzioni errate.

Basta pensare ai momenti in cui si è un po' giù d’umore o si è stressati, e se ci guardiamo allo specchio probabilmente ci apprezzeremo di meno, di quando siamo di buon umore, quando si vive una situazione negativa e spiacevole c’è chi tende a mangiare di più, chi invece al contrario salta i pasti e perde l’appetito.

Quando il legame emozioni-cibo-immagine di sé diventa negativo e scorretto, si possono sviluppare dei veri e propri disturbi della nutrizione e alimentazione.


Quelli più conosciuti e diffusi sono l’anoressia, la bulimia e il binge-eating, ognuno dei quali presenta delle caratteristiche specifiche che proverò a semplificare.

Per quanto riguarda l’anoressia nervosa, la parola chiave è controllo, poiché la persona verifica in maniera ossessiva l’assunzione delle calorie, come se controllare il proprio corpo desse alla persona l’idea di riuscire ad avere in mano almeno un aspetto della propria vita.


La bulimia può far pensare al contrario alla perdita del controllo, perché la caratteristica principale sono gli episodi di abbuffate frequenti, cioè mangiare una quantità di cibo significativamente maggiore e in un determinato arco di tempo (ad esempio due ore), che nessun altro riuscirebbe a mangiare, cercando poi di compensare ad esempio con vomito, eccessiva attività fisica, ecc… per evitare comunque di prendere peso.


Il disturbo da binge-eating presenta sempre le abbuffate ma senza comportamenti compensatori, infatti a volte si riscontra anche in persone in soprappeso o con obesità.

Purtroppo dall’inizio della pandemia da Covid-19, si sono riscontrate percentuali molto più alte di questi disturbi anche tra bambini e adolescenti. Il vivere prevalentemente a casa, senza le attività sportive o ricreative, ha contribuito a creare sofferenza e disagio, i quali sono sfociati anche nei disturbi alimentari.

Come si può fare a notare dei segnali che possono essere caratteristici di problematiche legate al comportamento alimentare?

  • Comportamento insolito durante il pasto (ad esempio tagliarlo in piccoli pezzettini prima di mangiarlo);

  • Mangiare separatamente dalla famiglia o di nascosto, saltare i pasti;

  • Chiudersi in bagno sistematicamente dopo il pasto;

  • Fare eccessiva attività fisica;

  • Avere interesse per diete o determinati tipi di modelli di magrezza;

  • Cambiamenti di peso (diminuzione eccessiva, aumento o oscillazioni)

  • Mani rovinate sul dorso e nocche (che possono essere legate al vomito autoindotto);

  • Nascondere il proprio corpo indossando abiti larghi;

  • Evitare di uscire con amici per mangiare.


L’anoressia, come del resto anche gli altri disturbi legati al comportamento alimentare, sono condizioni molto serie che richiedono il supporto di figure professionali specifiche.

Quindi cosa si può fare se si nota nel proprio figlio/a, compagno/a, eccetera, dei comportamenti strani legati al cibo?

Il primo passo quando si tratta di una persona cara e vicina, è quello di mettersi in ascolto, di parlarci, di offrire uno spazio di confronto dedicato alla discussione di ciò che li preoccupa e che li rende insicuri. È importante evitare colpevolizzazioni ma stabilite un dialogo aperto su come affrontare le ansie e le difficoltà.

  • L’altro passo importante e fondamentale sia per prevenire il vero e proprio disturbo, sia se questi segnali durano già da tempo, è rivolgersi ad uno psicologo, al proprio medico, in modo da essere indirizzati sulla strada giusta da seguire e i servizi sanitari dedicati in questi casi.

 
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IL LEGAME TRA EMOZIONI E CIBO NELL’OBESITA’

dr.ssa Laura Camastra

L’atto di mangiare è legato ad un bisogno primario di nutrirsi, ma spesso è associato anche al piacere di assaporare un particolare cibo, o per soddisfare un bisogno correlato alla socialità.

A volte però, la relazione col cibo non è così funzionale, se legata alle “emozioni negative”.

Si parla di fame emotiva per indicare l’impulso a mangiare anche se non si ha un reale stimolo della fame.


Quella tra emozioni e cibo è una relazione bilaterale: quello che si mangia influisce sullo stato d’animo e le emozioni che si provano influiscono sul modo di mangiare (Cooper et al. ,1998).

In particolare si studia l’effetto delle emozioni negative, ossia spiacevole, che viene evocata negli individui per esprimere un effetto negativo nei confronti di un evento o di una persona” (Pam, 2013).

Il comportamento alimentare nelle persone con obesità è in genere disfunzionale, poiché l’eccesso ponderale è connesso alle abitudini alimentari scorrette e gli stili di vita scorretti legati anche alla mancanza di attività fisica.


Il fenomeno dell’«overeating», ad esempio, ossia di mangiare in eccesso rispetto al fabbisogno energetico e al dispendio energetico, è molto diffuso ed è in genere correlato ad un aumento di peso, quindi anche all’obesità. L’eccesso di cibo, essendo un forte fattore di rischio per la salute umana, è una condizione molto studiata ad oggi. Diversi studi dimostrano che queste emozioni innescano il binge eating, ossia l’alimentazione incontrollata.

È emerso in realtà che anche emozioni positive, piacevoli, possono influenzare il comportamento alimentare, questo fa pensare quindi ad una difficoltà di gestire delle emozioni forti per la persona, di regolarle, e che queste hanno delle ripercussioni sull’alimentazione. Questo pone quindi l’importanza sulla consapevolezza emotiva della persona, indispensabile nella gestione stessa delle emozioni.


Spesso, infatti, oltre al percorso nutrizionale è consigliabile seguire un percorso psicologico che lavori di pari passo sul vissuto emotivo della persona, in modo da aiutarla a comprendere e gestire al meglio il proprio comportamento alimentare.




RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI



Catharine Eversa, Alexandra Dingemansb, Astrid F. Junghansa, Anja BoevécaUtrecht, 2018. Feeling bad or feeling good, does emotion affect your consumption of food?A meta-analysis of the experimental evidence. Neurosci Biobehav Rev, Sep; 92:195-208. doi: 10.1016/j.neubiorev.2018.05.028. Epub 2018 May 31.


Modeling the effects of positive and negative mood on the ability to resist eating in obese and non-obese individuals. Eating Behaviors, Volume 14, Issue 1, January 2013, Pages 40-46.

 
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LA CONSAPEVOLEZZA DELLE EMOZIONI NEL CORPO

dr.ssa Laura Camastra

In psicologia si parla di emozioni primarie: rabbia, gioia, tristezza, paura, vergogna, sorpresa e disgusto. Ognuna di queste è come se fosse un grande contenitore dentro il quale sono racchiuse tutte le sfumature, poiché ogni emozione può avere intensità differenti.

Ad esempio se si dovesse pensare al fastidio in quale “grande contenitore” la metteresti?

E se dovessi pensare dove la senti? In quale parte del corpo?

Spesso anche nel linguaggio comune si usa dire “ho il cuore spezzato”, “mi rode il fegato!”, espressioni spesso legate ad emozioni “negative”, dove per negative si intende che fanno sentire malessere. Diversi studi hanno dimostrato come le emozioni che si provano si riflettono sul corpo in aree ben specifiche, a seconda dello stato d’animo che in quel momento si vive. Un gruppo di ricercatori finlandesi ha addirittura tracciato una sorta di Mappa Universale delle Emozioni, nella quale ogni specifica sensazione scatena reazioni differenti nel nostro corpo, a seconda dell’energia e del calore sprigionati dal nostro organismo. Questi aspetti sembrano essere legati più alla conseguenza, alle reazioni del corpo e alle emozioni.

Nell’unicità della persona, si può pensare che ognuno senta e sperimentai ogni emozione in una zona del proprio corpo, seppur spesso non c’è consapevolezza di questo.

In Bioenergetica si parla anche di corazze che l’individuo svilupperebbe, anche nel corpo, in base al suo vissuto emotivo, spesso per proteggersi dal dolore o da emozioni molto forti. Queste corazze possono creare anche nel fisico dei veri e proprio blocchi muscolari, contratture, posture particolari.

In un’ottica di integrazione mente-corpo e di benessere psico-fisico, è fondamentale essere consapevoli delle proprie emozioni anche nel corpo, evitando che restino bloccate e chiuse dentro il corpo, creando, inconsapevolmente delle ripercussioni su di esso, e fare in modo che invece mente e corpo si influenzino in maniera positiva l’uno con l’altro.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Alexander Lowen, (1975), Bioenergetics, Coward, McCann & Geoghegan, New York. Traduzione in italiano di Lucia Cornalba e supervisione di Luigi De Marchi Feltrinelli, Milano 1983-2004.

 

Luca Napoli, Beatrice Gori, (2012). Dare corpo all’anima. Un percorso di consapevolezza, benessere e crescita psico-corporea in Psicoterapia Umanistica e Bioenergetica. Dal Training Autogeno alle Fantasie Guidate.

 

Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, Milano 1978-1997, traduzione di Paolo di Sarcina e Maura Pizzorno da Physical dynamics of character structure (The language of the body), MacMillan, New York 1958.

 
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OLTRE LO STIGMA SOCIALE DELL’OBESITA’

dr.ssa Laura Camastra

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce l’obesità come «una condizione caratterizzata da eccessivo accumulo di grasso corporeo», quindi da uno squilibrio tra apporto e dispendio energetico. In genere è infatti causata dalla combinazione di un’alimentazione ipercalorica e da un ridotto dispendio energetico dovuto ad inattività fisica.

L’obesità nel mondo ha raggiunto numeri molto elevati ed è un fattore di rischio ormai rilevante per la salute della persona poiché essa può avere delle ripercussioni da un punto di vista medico, sociale e psicologico. Sono molte le patologie ad essa correlate: disturbi gastrointestinali, diabete, cardiopatie, ipertensione, eccetera.

Su un piano sociale è fondamentale tener presente come sia ancora molto forte nella società attuale l’ideale di bellezza legato alla magrezza e quanto questo possa influenzare anche il giudizio di una persona su un piano estetico e di percezione dell’immagine corporea.

Si parla ancora di stigma sociale della persona con obesità, dove per stigma si intende, dal suo significato etimologico, marchio, macchia. In psicologia sociale lo stigma è definito come l’attribuzione di qualità negative a singoli individui o a gruppi di persone.

La persona con obesità infatti viene ancora considerata come pigra, con poca volontà e autocontrollo, spesso superficiale e meno competente. La comunicazione mediatica e i pregiudizi sociali hanno un forte impatto sul benessere psico-fisico della persona con obesità poiché si trova spesso a sentirsi giudicata nella sua totalità solo dalla sua condizione fisica.

L’impatto di questo stigma sociale può avere ripercussioni in particolare nella fase dell’adolescenza; periodo in cui i ragazzi vivono dei cambiamenti fisici e nel confronto con i pari, creano anche la loro immagine di sé e percezione. Ancora troppo spesso accade che bambini e ragazzi in sovrappeso o con obesità subiscano scherno, ingiurie dai propri pari, inficiando una delicata fase di sviluppo anche emotivo del ragazzo. Ma in questa società spesso presa dall’apparenza, dalla superficialità, sarebbe importante cercare di soffermarsi ed andare oltre ciò che si vede, poiché oltre il peso, nell’obesità c’è la persona con obesità.  Differente è dire la persona obesa, quasi come a caratterizzare la persona dal suo peso nella sua globalità. Ancora troppo spesso non si conosce la complessità della condizione in cui la persona con obesità si trova a vivere, poiché su un piano emotivo e psicologico, oltre la volontà c’è tanto altro.

L’obesità è una malattia cronica complessa difficile da gestire, è importante tenere a mente questo aspetto poiché la percezione di essere ritenuti responsabili della propria condizione, di essere oggetto di giudizi negativi, pesa…e pesa su un piano emotivo della persona con obesità, non in senso di chilogrammi, ma di felicità e possibilità di autorealizzarsi!

Riferimenti bibliografici

Weight bias and obesity stigma: considerations for the WHO European Region. Ultima consultazione 15 Ottobre 2019.


I Carta, L.E. Zappa, G. Garghentini, M. Caslini, Dipartimento di Psichiatria, Università di Milano-Bicocca.


Immagine corporea: studio preliminare dell’applicazione del Body Uneasiness Test (BUT) per la ricerca delle specificità in disturbi del comportamento alimentare, ansia, depressione, obesità. Giornale Italiano Psicopatologia, 2008; 14: 23-28.


Rebecca M. Puhl, Chelsea A. Heuer The Stigma of Obesity: A Review and Update Obesity (2009) 17, 941–964. doi:10.1038/oby.2008.636.

 
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LE EMOZIONI NEL CORPO: IL MAL DI STOMACO

dr.ssa Laura Camastra

Le emozioni possono essere espresse anche dal corpo. Spesso attraverso dei sintomi il corpo prende parola e cerca di esprimere ciò che la voce non riesce a tirare fuori.

Ci sono diversi sintomi più frequenti che possono essere generati da fattori emotivi come il mal di testa, mal di schiena, dermatiti; molto usuale è il mal di stomaco, mal di pancia, o comunque tutti quei sintomi legati all’apparato gastrointestinale.

In psicologia si parla di somatizzazione, ossia il meccanismo che permette di trasformare i processi psichici in somatici. E spesso succede che in un momento di maggiore stress, si avvertono mal di pancia, gastriti, nausee e altri sintomi di questo genere.

Si dice che lo stomaco sia il “cervello emotivo”, l’organo deputato a sentire e assorbire le emozioni e spesso delle emozioni troppo forti, se non lasciate andare, vengono fuori sotto altra forma, attraverso un sintomo. Lo stomaco in effetti entra in contatto col mondo esterno attraverso il cibo, ha la funzione di selezionarlo e digerirlo ma se quel cibo è poco adatto all’organismo della persona che lo ingerisce, si può avere un senso di pesantezza, di cattiva digestione e nausea.

Per certi versi la stessa cosa può accadere quando si parla di emozioni: quando una situazione, una relazione, un’emozione non viene “digerita” allo stesso modo si può avvertire un senso di nausea, mal di stomaco, eccetera.

Quando questo accade è importante porsi alcune domande: “C’è una situazione quotidiana (famiglia, lavoro, relazioni) nella quale mi trovo male ma a cui mi sottopongo ugualmente?  So dire di no quando qualcuno mi fa richieste eccessive o arrivo a mettere da parte le mie cose pur di dire sì? C’è qualcosa che mi costringo a mandar giù di una situazione e che non riesco invece a tirar fuori?”.

È fondamentale andare oltre il sintomo e focalizzarsi invece sul cercare di migliorare il proprio quotidiano e sulle emozioni spiacevoli che a volte prendono il sopravvento.

Conoscere il proprio corpo e le emozioni è un passo verso sé stessi per rispettare cosa si sente e evitare situazioni che minano il proprio benessere.

Rispetta te stesso, i tuoi tempi e le tue emozioni.

Concentrati su ciò che ti fa stare davvero bene e ciò che ti piace.

Circondati di persone positive che ti trasmettono serenità.

Focalizzati su degli obiettivi quotidiani, che siano raggiungibili e che rispecchino i tuoi desideri e bisogni.




BIBLIOGRAFIA:

Alexander F. (1951) Medicina Psicosomatica. Giunti Barbera, Firenze.

Agresta F. (2007) Problemi di Psicosomatica Clinica, Ed Quaderni del CSPP, n.3.

Gala C. Colombo E. (1996) Disturbi psicosomatici. In Invernizzi G, ed Manuale di psichiatria e psicologia clinica Milano: McGraw-Hill, 1996.

Riza Psicosomatica - Il mal di stomaco quando nasce dallo stress - n. 467 - gennaio 2020.

 
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LE EMOZIONI NEL CORPO: IL MAL DI TESTA

dr.ssa Laura Camastra

È oramai superata l'idea che mente e corpo non sia connesse, al contrario oggi ci sono numerosi
studi ed evidenze rispetto al fatto che mente e corpo si influenzino vicendevolmente, spesso infatti
succede che se si ha un fastidio, un dolore muscolare ad esempio, ne risente anche l'umore. È
riconosciuto, però, che può succedere anche al contrario, ossia che le emozioni possano riversarsi e
influenzare anche lo stato fisico di una persona.
In medicina e in psicologia, in particolare la psicosomatica, parte proprio da questo presupposto,
ossia che l'essere umano è inscindibile unità psicofisica, quindi si parla di disturbi, fastidi del corpo,
che in realtà hanno un'origine psicologica, emotiva.
Per alcune persone è molto difficile dar voce alle proprie emozioni, oppure è difficile lasciar andare
in particolare le emozioni che provocano malessere e può succedere che queste si ripercuotano sulla
salute fisica.
Un esempio molto comune è il mal di testa, la cefalea. Ce ne sono di diversi tipi, in base alla durata,
all'intensità, e le cause possono essere legate a fattori muscolari, posturali, ma spesso accade che
anche l'intensità del dolore, la durata può aumentare ad esempio in un periodo di maggiore stress.
Quando il mal di testa è legato a pensieri ed emozioni, non cessa prendendo un semplice farmaco
legato alla cefalea, ma al contrario può peggiorare con all’aumentare dello stress e al vissuto
emotivo della persona.
Emozioni spiacevoli, stress, eccesso di pensieri, preoccupazioni, se non elaborati e lasciati andare,
possono venir fuori attraverso un sintomo come il mal di testa; è come se il corpo desse voce a
qualcosa che non riesce a venir fuori in altro modo, o che si cerca di non ascoltare in qualche modo.
Spesso succede a persone tendenzialmente ansiose, che pensare molto e a tante cose insieme
contemporaneamente, che sono propense a rimuginare o semplicemente può accadere in un
momento di vita maggiormente stressante.
Prestare attenzione ai segnali del corpo, può essere un modo per essere consapevoli anche delle
proprie emozioni e pensieri che non si riescono a lasciare andare.
È importante in un'ottica di benessere psico-fisico, darsi spazio e tempo per sè, trovare un modo per
ricaricarsi e rigenerarsi.

BIBLIOGRAFIA:
Bussone-Casucci-Frediani-Manzoni-Bonavita: Le cefalee: manuale teorico-pratico,Ed. Springer,
(2008)
Alexander F. (1951) Medicina Psicosomatica. Giunti Barbera, Firenze.
Agresta F. (2007) Problemi di Psicosomatica Clinica,Ed Quaderni del CSPP, n.3.
Gala C. Colombo E. (1996) Disturbi psicosomatici. In Invernizzi G, ed Manuale di psichiatria e
psicologia clinica Milano: McGraw-Hill, 1996.