SUICIDIO E DISAGIO GIOVANILE: FERMIAMOCI TUTTI!


Il suicidio del giovanissimo Alessandro (https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/avrebbero-istigato-al-suicidio-alessandro-sei-indagati-c-c3-a8-anche-lex-fidanzata-del-13enne/ar-AA11vOlB) ha profondamente toccato le nostre coscienze, la nostra sensibilità e ha portato all’attenzione, mediatica soprattutto, due tematiche importanti e correlate: il disagio giovanile e il cyberbullismo.

Le indagini sono ancora in corso, ma da alcuni indizi sembra che A. sia stato vittima di cyberbullismo e purtroppo non sarà l’ultima.


Cos’è il cyberbullismo? E’ l’espressione, l’agito di violenze, denigrazioni, vessazioni attraverso la rete, in particolare tramite i social e le chat, quindi un fenomeno in cui tutti i nostri giovani possono essere coinvolti con il solo smart-phone.

Chi sono i cyberbulli? Sono portatori di un disagio, di una sofferenza (senso di fallimento, scarsa autostima ecc) che vestendo i panni dei bulli possono gestire i loro vissuti, non affrontandoli, ma scaricando odio, rabbia e violenza sull’altro, quasi sempre un pari, traendo soddisfazione da tali atti.


Nell’episodio in questione il portatore di sofferenza sarebbe l’ex-fidanzata di A. che lasciata dal ragazzo avrebbe agito la sua frustrazione e sofferenza istigando il gruppo alle cattive azioni e persecuzioni.

Un gruppo, che quando si parla di fenomeni di questo genere, viene definito “branco”, che ha un suo leader, suoi valori, sue regole, che seppur negativi danno un forte senso di appartenenza e coesione, fondamentali in adolescenza per crescere e definirsi, fondamentali nell’esistenza in generale, per non sentirsi soli.


Se aggiungiamo a questa lettura sistemica-relazionale, la facilità di accesso ai social, l’uso quasi legittimato della violenza e delle offese nelle interazioni, si crea una potente arma in mano agli haters. (Vedi anche l’articolo sull’invidia sociale https://www.apbps.it/post/che-cos-e-l-invidia-sociale ).

Dall’altra parte poi, c’è la vittima, che è vessata, attaccata, umiliata e che sente di non poter fare affidamento su nessuno. In queste situazioni è tipico provare un forte senso di vergogna, ci possiamo a volte identificare con il contenuto dei messaggi convincendoci di meritarci quelle accuse. La vittima arriva a credere che non sarà creduta, aiutata, capita e quindi non chiede aiuto ma compie il gesto estremo del suicidio, oppure sviluppa sintomi o comportamenti problematici, come isolamento, difficoltà nel sonno, uso di sostanze, problematiche somatiche non ben precisate, scarso impegno nelle attività scolastiche ed extra-scolastiche prima preferite, paura nel futuro (scarsa progettualità), segnali a cui prestare attenzione perché indicativi di sofferenza.


Dovrebbero esserci dei programmi che chiamando in causa le diverse parti in gioco, dovrebbero sensibilizzare al tema, farlo conoscere per attivare sempre maggiori risorse di aiuto e di intervento.

Fermiamoci, facciamo attenzione tutti alle nostre emozioni e a quelle di chi ci sta accanto nei vari contesti, famiglia, scuola, vita sociale.


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